Classic Rock Magazine intervista Johnny Depp

26 novembre 2016

Johnny Depp un paio di settimane fa ha partecipato ai Classic Rock Awards a Tokyo insieme a Joe Perry, Jimmy Page e tanti altri.
In quell’occasione la rivista Classic Rock Magazine lo ha intervistato definendolo “l’attore più rock and rock’n roll di Hollywood”.
IFOD ha tradotto per voi la parte “in chiaro” dell’intervista, buona lettura.

È il pomeriggio prima dello show e Johnny Depp sta sorseggiando un bicchiere di vino rosso e rollando la sua sigaretta (tabacco Golden Virginia all’aroma di liquirizia). Cinquantatre anni, sembrerebbe dimostrarne una decina in meno, anche se forse i suoi tatuaggi, gli accessori e i suoi gusti retró lo smascherano. Non indossa vestiti eleganti, ma è il suo modo di vestire. Quando compra dei nuovi vestiti li straccia, li prende a martellate per renderli “vissuti”, li brucia con le sigarette, il tutto per adattarli al suo look. Ha un approccio simile con i film e con la musica.
Depp è sempre stato affascinato dalla musica sin da quando aveva dodici anni. Ha suonato per diversi anni, in una band in Florida, i The Kids, ma anche nei Rock City Angels.
Ma con il crescere della sua carriera di attore, la musica ha dovuto aspettare. Ha registrato una canzone con gli Oasis e Shane MacGowan, fino a quando non è di nuovo salito sul palco insieme ad Alice Cooper e ha fondato insieme a lui, Joe Perry e altre rock star gli Hollywood Vampires.

QUANDO HAI INCONTRATO JIMMY PAGE IERI, HA SIGNIFICATO MOLTO PER TE…
Si, esatto! È stato un grande e lo è ancora
I più grandi per me sono sempre stati Keith, Jeff Back, poi c’erano loro, Jimmy Page e Joe Perry. C’è qualcosa in loro, qualcosa di mistico.

QUANDO HAI INIZIATO A SUONARE LA CHITARRA?
Avevo 12 anni, ero seduto sul sedile dietro della macchina, mentre percorrevamo la strada principale della piccola cittadina in cui vivevo. C era una specie di concerto nel parcheggio del supermercato. Ci fermammo ad un semaforo e vidi che una band stava suonando. Mi ricordo anche il nome della band veramente, si chiamava Rocklin Channel. Ora della fine suonavo insieme a due tizi della band qualche anno dopo… sai com’è…

È QUESTA LA FLORIDA?
Si, questa è la Florida. Sai, li ho ascoltati (gli Aerosmith’s) mentre eseguivano Dream On e ho pensato che suonasse davvero molto bene che che sarebbe stato fottutamente fantastico prendere una chitarra e spararla a tutto volume! Quindi si, convinsi mia madre a comprare una cazzo di piccola chitarra Decca per 25 dollari e piccoli amplificatori blu di lusso che davano un’aria fantastica e trash. Poi rubai un libro di Mel Bay sugli accordi in un negozio specializzato – quel libro di Mel Bay sugli accordi con le immagini in bianco e nero, sai? Così ho capito dove mettere le dita, ho capito gli accordi e cominciato ad ascoltare dischi, posandovi sopra la puntina e rimettendola sempre sul punto dell’assolo, ancora e ancora…

QUINDI SEI UN AUTODIDATTA?
Avevo seguito un corso di chitarra a scuola. Mi ero ritirato ma quello di chitarra è stato l’unico corso che avrei davvero superato. Lo avrei passato. Non so perché, sapevo semplicemente che quella scuola non mi avrebbe permesso di fare nulla. Sapevo anche che non sarei mai andato a lavorare per una compagnia assicurativa. Semplicemente lo sapevo e basta capisci? Quanti anni avevo, 15 forse, quando mi sono ritirato? Sai pensai una cosa tipo «sto diventando un cazzo di adulto adesso». C’era una parte di me che pensava semplicemente di arruolarsi nel corpo dei Marines, di andarmene via e di mandare tutti a fanculo ma avevo cominciato a suonare nei club a 13 anni. Mi intrufolavo dalla porta sul retro, suonavo un set di pezzi e spaccavo – mi notavano, fumavo e tornavo al mio set. Ho suonato da minorenne su e giù per la East Coast, per un paio di anni.

FACEVI SOLDI?
Nah, no, no, tutti i miei soldi finivano per il conto del bar. Sai, Il classico cliché. All’epoca era sempre colpa del conto del bar alla fine.
Stiamo parlando di metà degli anni ’70?
Si, sono del ’63 e avevo 12 anni del ’75. Avevo trovato un modo per sfuggire da tutta quella specie di incubi domestici capisci? Vivevo in una famiglia un po’ radicale, un po’ imprevedibile. Non sapevi mai cosa stesse per accadere. Poteva essere un posacenere lanciato sulla testa. O una scarpa…

DA TUO PADRE?
No, soprattutto mia madre. Mio padre era bravo con la cintura. Ma quelli erano altri tempi. Facevano ciò che sapevano fare meglio. Ma da quando scoprii la chitarra, da quel momento in poi, non ho più nessun ricordo di qualsiasi cosa riguardi l’adolescenza. Nessuno. Semplicemente perchè mi chiudevo a chiave nella mia camera, letteralmente, e facevo attenzione solo ai pezzi, imparavo.

BE’, STA PROPRIO LÌ LA DIFFICOLTÀ. SAREBBE MOLTO PIÙ SEMPLICE SEGUIRE QUALCUNO PIUTTOSTO CHE ANDARE PER LA PROPRIA STRADA.
Esatto, è la stessa cosa per i film. Leggi il copione e sai di avere per le mani qualcosa di buono poi qualcuno ti chiede di “dargli forma”. Quel genere di cose che odio, quella cosa chiamata ‘struttura in tre atti’. Dovrebbero abolirla immediatamente.

GIUSTO. PERSONE COME ROBERT MCKEE HANNO SCRITTO LIBRI METTENDO IN LUCE LA CHIAVE PER SCRIVERE COPIONI, L’EVOLUZIONE DELL’EROE…
Tutti hanno i propri metodi ma credo che bisognerebbe scappare dalle formule il più velocemente possibile, capisci che intendo?

CAPISCO. I MIEI FIGLI SONO CRESCIUTI GUARDANDO LA SAGA DI PIRATI DEI CARAIBI ED È STATO UN PIACERE GUARDARLA CON LORO PROPRIO PER QUESTO MOTIVO. JACK SPARROW MUORE NEL SECONDO FILM, IL TERZO INIZIA CON LUI MORTO MA IN UN SOTTO-MONDO SURREALE, PARLA DA SOLO, CIRCONDATO DA GRANCHI. È STATO FOLLE E UN PO’ DARK. I MIEI FIGLI NON NE ERANO CONFUSI, LO HANNO AMATO. NON AVEVI IDEA DI COSA STESSE PER ACCADERE MA RIMANEVI COMUNQUE INCOLLATO A GUARDARE…
È proprio ciò di cui ero assolutamente convinto quando abbiamo girato i Pirati. Certo, so che la Disney mi ha odiato, so che la maggior parte degli attori mi ha odiato, so che gli autori mi hanno assolutamente odiato perché ho totalmente riscritto tutta quella roba…Ma c’è una ragione quando conosci un personaggio meglio di chiunque altro e devi essere sincero con quel personaggio. Perché mai fare qualcosa se non senti di potervi aggiungere qualcosa?
Per i film che ho fatto è stato così, magari non è stato fatto tutto alla lettera, magari vi è stato aggiunto qualcosa di diverso, di assurdo, di inaspettato. Credo di aver avuto lo stesso approccio con la musica. O forse mi sono relazionato alla recitazione in questo modo per colpa della musica. Non mi piace il concetto di sentiero già battuto, già perfetto. Se diventa perfetto, se tutti sono a proprio agio nei propri panni, io tiro fuori il pulsante di espulsione dalla scena. È come cambiare il corso di una jam session, è lì che vedi la vera onestà.

TI GUARDAVO SUONARE E PENSAVO…
“Che sciattone.” [ride]

NO, ASSOLUTAMENTE NO. MA SUONAVI A TESTA BASSA E PENSAVO AL FATTO CHE TU FOSSI LA FACCIA PIÙ CONOSCIUTA NELLA STANZA E CHE TUTTI GLI SGUARDI FOSSERO SU DI TE E CHE PER QUESTO TU FOSSI PERSO NELLA MUSICA. DEVE ESSERE RIGENERANTE PER TE FAR PARTE DI UNA BAND ED ESSERE SEMPLICEMENTE QUESTO: UNO DELLA BAND, UNO DEI RAGAZZI…
Sai, è quel genere di cose che ti manca. Quando ero un ragazzino dovevo guadagnarmi da vivere e c’erano quei film che mi offrivano, della serie “si, lo accetto così posso pagarmi l’affitto”. E tutto ciò che che aspettavo era che la band tornasse insieme. Quindi continuavo semplicemente a fare quei fottuti film finché la mia band non si fosse riunita – e non si riunì mai. Poi ho cominciato ad amare quel lavoro, a divertirmi. Credo che ciò che amo di più del mio lavoro è l’essere in una situazione vicinissima all’esibirmi sul palco. È un altro mondo, sai è forse l’unico posto in cui mi sento davvero me stesso.

PARLAMI DEGLI HOLLYWOOD VAMPIRES.
Il nostro primo doppio show è stato al The Roxy, seguito dal Rock In Rio con circa 100,000 persone. Suonavi e basta, ti perdevi in tutto questo. È stata un’esperienza incredibile. Ho fatto show di cui sono molto orgoglioso e mi sento fortunato per averne fatto parte, da quando avevo 17 anni e aprivo gli show di Iggy. Ho fatto due show con Iggy a 17 anni, e con i Ramones. Facevamo molte aperture, loro cercavano sempre nuove band emergenti come i Bow Wow Wow, The Lords of the New Church…
Abbiamo aperto gli show dei The Pretenders e Ray Davies restava in piedi nel camerino. Che cosa strana.
Eri nei Rock City Angels che poi hanno firmato per Geffen.
Sì, fin dagli inizi è stata una cosa strana quella dei Rock City Angels. Ho scritto una o due canzoni col mio compagno Mike Barnett che se n’è andato in un’altra dimensione dell’universo, così come Bobby Durango, il cantante, morto. Droga. Fu un grande periodo di droga quello. Mi fu offerto di fare lo show 21 Jump Street, fui costretto ad andare in Canada, lasciai la band. Fu proprio in quel momento che ottennero quel grande contratto con Geffen e il loro primo album fu un doppio album, inizialmente credetti fosse un errore.

[Joe Perry entra e ci saluta. Quando se ne va Johnny confida…]
Joe Perry. Il motivo per cui ho ripreso in mano una chitarra. Amavo gli Aerosmith. Essere in una band con quel ragazzo, diventare suo amico e cominciare a suonare insieme…assolutamente incredibile.

CI SONO PIANI PER FARE QUALCOSA DI PIÙ CON GLI HOLLYWOOD VAMPIRES?
Credo di sì. Credo che dovremmo incidere un seguito. Magari solo qualche cover qua e là. Sai il primo è stato davvero un album tributo.

L’intervista sta finendo, Joe Perry ci sta ancora aspettando, ma Johnny continua a chiacchierare: ci parla di Brian Wilson e la Wrecking Crew (“ha fatto cose che mi hanno tolto il fiato”) e sul voler lavorare con Alice Cooper e riportarlo indietro al suo “stile degli inizi, gli inizi inizi, quelli delle chitarre rumorose”.
“Sono stato davvero molto fortunato nell’incontrare eroi”, confida. Era nervoso all’incontro con Jimmy Page e Jeff Beck (“ma Page, è così dolce quello stronzo”). Mi racconta la storia dell’incontro con Roy Buchanan quando aveva 14 anni. “Era un burbero bastardo. Amava i cicchetti. Una volta ruppe una corda sul palco e decise di sedersi e cambiarla personalemente. E più il pubblico si lamentava dell’interruzione più tempo ci metteva. Alla fine ci ha messo 20-25 minuti per cambiare una corda…”.
Uno scozzese gli dico. Deve essere sempre difficile con loro. Gli domando se conosce Bad as I Am, un toast scozzese. “Davvero lo è? Lo conosco per il toast. Il mio patrigno è proprio un brav’uomo. Era davvero molto molto buono, un bravo padre per me. Avevo mio padre ovviamente ma il mio patrigno è entrato nella mia vita e mi ha insegnato molte cose. Era un ex detenuto e aveva passato metà della sua vita in prigione. Prendeva da bere per entrambi e diceva ‘questo è per te, buono come te, questo è per me, cattivo come me, buono come te e cattivo come me, io sono ancora buono come te, cattivo come me’”.
Aveva qualcosa di scozzese in lui? “Di sicuro aveva il fuoco dentro, era un ladro, un sopravvissuto della strada. Aveva sempre grandi cose da dirmi. Se mi facevo male o non so cosa, mi diceva ‘figliolo, quando fai lo sciocco devi essere tosto’, uno di quei vecchi tipi che tengono viva la lingua”.

FONTE

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